giovedì 5 giugno 2008

Gestione dei disastri: anatomia e tendenze




Terminologia e definizioni

Per quanto riguarda la terminologia, la gestione delle emergenze (disaster management) è un campo minato. Gli accademici e professionisti hanno maturato almeno 7 scuole di pensiero.[1] Dato che ognuno di queste scuole abbia mantenuto un certo distacco dalle altre, la comunicazione tra le discipline è stata inibita dall'uso di una diversa gamma di definizioni dei termini fondamentali, ad esempio 'pericolo' (hazard), 'vulnerabilità' e 'rischio'. Inoltre, persino il nome del campo è soggetto a variazioni da un ambiente accademico all'altro. Nella Gran Bretagna, per esempio, 'disaster management' riferisce a diversi aspetti della protezione civile, la gestione dei rischi e le operazioni di scopo umanitario, e il nome non significa soltanto la gestione di eventi estremi e dannosi.

Un effetto dello scopo straordinariamente largo della disaster management è che gli esperti non riescano a mettersi d'accordo sulla definizione dei termini. Malgrado alcuni tentativi di unire le due fazioni, rimane un grande schisma tra le scienze naturali, fisiche e di costruzione, da una parte, e le scienze sociali dall'altra. In un commento su questo fenomeno il grande sociologo E.L. Quarantelli ha notato nell'introduzione del suo libro What is a Disaster? che:

"Se gli studiosi in questa area non sono d'accordo su se un disastro è fondamentalmente una costruzione sociale o un evento fisico, chiaramente il campo ha problemi intellettuali" (Quarantelli 1998, p. iv).

Comunque, in un lavoro precedente egli sosteneva che il dibattito è salubre:

"occuparsi di che cosa significa il termine 'disastro' non significa distrarsi con un esercizio accademico senza esito. È invece un modo di focalizzare l'attenzione in un modo fondamentale su cosa dovrebbe essere considerata importante e significativa..." (Quarantelli1995, p. 225)[2]

Lo scopo di questo rapporto non è quello di indagare sul significato di disastro o di aggiungere materiale al dibattito sulla terminologia. Comunque, dato che l'identità di qualsiasi inziativa futura dipenda fino ad un certo punto dal nome adoperato, vale la pena condurre una breve recensione dei termini e come essi vengono interpretati.

Disaster management viene preferito in Gran Bretagna ma a livello mondiale non è accettato come termine "ombrello". A suo favore, è un termine descrittivo facilmente interpretato che da enfasi all'approccio pratico che si adopera quando gli eventi devono essere gestiti. D'altronde, è troppo ristrettivo, siccome non abbraccia la pianificazione degli interventi collegati con i disastri, un processo che deve necessariamente precedere la gestione. Inoltre, il termine non abbraccia le emergenze in senso più largo, ed alcune emergenze richiedono una gestione particolare ma non diventano disastri. Infine, il termine non descrive l'approccio più largo di mitigazione e preparazione per gli eventi e ripristino dopo.

Emergency preparedness (preparazione per le emergenze) è il termine di comune uso negli Stati Uniti e viene usato quando disaster management sarebbe preferito in Gran Bretagna. Questo termine ha il vantaggio di abbracciare tutte e cinque fasi del 'ciclo del disastro' (mitigazione, preparazione, operazioni di emergenza, ripristino e ricostruzione) e per di più una gamma di dimensioni di evento che estende da piccole emergenze a grandi catastrofi. Comunque, non da enfasi alla gestione dei disastri come compito preeminente.

Protezione civile viene usato in molte parti del mondo per indicare tutte le attività atte a preparare per i disastri, gestirli e facilitare il ripristino a scandenza corta. Il termine è corrente nell'Europa, in Russia, Canada, America Latina e nei Caraibi. Esso ha il vantaggio di essere facilmente traducibile in francese, spagnuolo e italiano. In questo senso è un vero termine "ombrello" per il suo campo di riferimento. Comunque, non può essere facilmente applicato alla gestione degli aiuti umanitari, a meno che questa non prenda la forma di soccorso mutuo tra stati adiacenti. Ciò nondimeno, molti dei paesi che oggi sono teatri di operazioni umanitari domani avranno i propri servizi e sistemi di protezione civile. Alla fine, ci sarà in questo settore una convergenza tra il mondo ricco e quello dei paesi poveri.

La difesa civile fu l'antenato della protezione civile. È nata nelle precauzioni contro i raid aeree della Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Fredda si è sviluppata in un sistema di misure atte a proteggere i governi e le popolazioni civili contro l'aggressione armata di poteri stranieri. Le circostanze hanno dimostrato che molti sistemi di difesa civile erano, non soltanto costosi e inefficaci, ma anche capaci di essere espropriati per motivi sovversivi. Essi potevano, infatti, essere usati per difendere i governi contro i popoli che governavano, per appoggiare colpi di stato e per sopprimere i diritti democratici. La protezione civile significa un sistema più aperta e partecipatoria, ed uno che copre una gamma molto più vasta di eventi contingenti, compresi i disastri naturali e tecnologici. Comunque, l'effetto del rinnovo dell'enfasi sull'aggressione armata (cioè il terrorismo), come si sta sviluppando negli Stati Uniti, è di respingere la protezione civile verso la difesa civile precedente. La maggior parte degli esperti in questo settore, compresi molti provenienti dall'America del Nord, vedono questo avvenimento come un passo retrogrado.

Homeland security è un termine che non ha guadagnato molto spazio fuori degli Stati Uniti. Esso abbraccia tutte quelle attività che contribuiscono alla sicurezza domestica, e quindi di coinvolgere l'industria della sicurezza, un settore in forte crescita, nonchè le attività anti terrorismo e le preparazioni per i disastri naturali e tecnologici. Comunque, non è il termine giusto quando, ad esempio, l'impatto dei disastri naturali è più profondo di quello delle violazioni di sicurezza o gli oltraggi terroristici.

La pianificazione e gestione delle emergenze (emergency planning and management) è probabilmente una frase più accurata degli altri in senso descrittivo, ma è troppo lungo per essere stato adoperato largamente. Per di più, esso viene iterpretato in diversi modi da diversi gruppo e quindo non dispone di un consenso su esattamente quanto del campo copre.

Gestione delle crisi (crisis management), pianificazione delle contingenze (contingency planning) e gestione dei rischi (risk management) sono termini che possono essere usati largamente e liberamente, ma in genere vengono usati specificamente nel contesto del controllo delle crisi e abbassamento dei rischi industriali e commerciali. Quindi, sono di valore troppo ristretto per fungere come termini ombrello per l'intero campo.

In sintesi, il campo continuerà ad essere chiamato disaster management in questo documento perché questo termine descrive il gruppo fondamentale di attività associate con la protezione civile e la preparazione per le emergenze. Comunque, bisogna notare che per implicazione la 'disaster management' include anche la gestione del rischio, la riduzione della vulnerabilità e la pianificazione delle emergenze. Infatti, molto più che nella gestione delle aziende e degli organi di governo, nei disastri ciò che serve è l'applicazione di procedure formulate e sperimentate prima dell'evento. Qualsiasi altra cosa e si scende nell'improvvisazione, un fenomeno che deve essere ridotto al minimo.

I protagonisti della protezione civile

Avendo considerato il 'nome del gioco', bisogna definire i protagonisti ed i partecipanti nelle attività di protezione civile. A livello di autorità locale, cioè quello più basilare nell'ottica della gestione delle emergenze, ci sono essenzialmente due tipi di professionista. Il 'disaster manager' tradizionale è bianco, maschio, di media età e reduce di una carriera militare. Egli manca dei titoli accademici di specifica rilevanza a questo campo, sebbene abbia probabilmente preso alcuni corsi brevi nel settore. Un variante di questa figura è l'attuale o ex-membro dei servizi di emergenza che ha scelto una carriera nella gestione delle emergenze, o come un secondo compito o come una nuova direzione nella sua carriera.

Questa figura, piuttosto stereotipo, viene man mano sostituito da quella di una persona più giovane, maschio o femina, di provvenienza variabile, che ha preso una laurea o un master in questo settore e lo sta affrontando come prima carriera. Mentre il primo gruppo è pieno di persone che sono poco formate accademicamente ma dispongono di tanta esperienza, all'inizio ai neofiti del secondo gruppo manca l'esperienza ma fino ad un certo punto riescono a compensare con la loro formazione (e alla fine riusciranno ad acquistare l'esperienza tramite il loro lavoro). Naturalmente, non c'è niente di male nel disaster manager come personaggio ex-militare o proveniente dai servizi di emergenza. Ciò che serve è raggiungere un certo equilibrio tra formazione, addestramento e esperienza del lavoro, tale da garantire un sufficiente livello di professionalita quando si cerca di ridurre i rischi, creare i piani di emergenza e gestire gli eventi estremi.

Disaster management in Europa

In molti sensi la gestione delle emergenze è ben sviluppata in Europa, ma ci sono alcuni difetti comuni, come rivela il seguente elenco:

- la mancanza di un sistema robusta e comprensiva atto ad incoraggiare metodi comuni e scambi tra i diversi enti che hanno responsabilità per la gestione delle emergenze;
- spesso, l'enfasi sulla pianificazione d'emergenza è insufficiente;
- no si impara abbastanza da altri paesi e non ci sono abbastanza collegamenti tra i sistemi di protezione civile dei vari paesi;
- i sistemi di protezione civile attualmente vigenti in Europa portano un'eredità di metodologie incombenti e atteggiamenti antiquati;
- una cultura inflessibile di ostruzionismo burocratico e segrettezza ufficiale riduce le opportunità di rendere la gestione dei disastri una cosa più democratica e di aumentare la partecipazione del pubblico nella preparazione per le emergenze;
- in parte non si riesce ad identificare le fonti di saggezza e esperienza e di sfruttarle;
- sembra che alcuni dei protagonisti della protezione civile europea siano diventati più interessati dalla gestione delle proprie reputazioni anzicché dai disastri stessi;
- con la rapida evoluzione del campo e le varie forze e tendenze di centrismo e sussidiarità, la legislazione in questo campo e spesso carente o contraditoria.

Questi difetti sono approfonditi dalla mancanza di direzione e di incoraggiamento da parte della Unione Europea. Nel campo della protezione civile la UE non ha stanziato ai suoi stati membri abbastanza direzione, coordinamento, risorese, e consigli. A Bruxelles, la responsabilità per il settore è divisa tra diversi Direttorati, compresi quelli che trattano di incidenti nucleari, problemi ambientali e rischi industriali. Di nuovo, non esiste tra le burocrazie della Unione Europea o della Commissione Europea un sistema adeguato alle esigenze per lo scambio di conoscenza, esperienze, tecniche e metodi gestionali. Eppure ci sono ampi segni che i paesi europei guardano alla UE e alla CE per un orientamento generale in questo campo, un bisogno che è destinato a crescere quando i 15 stati membri diventano 23.Malgrado queste osservazioni negativi, ci sono alcuni segni che la comunità europea stia prendendo atto della situazione per quando riguarda i rischi di disastro e che essa voglia migliorare le preparazioni. Viene detto comunamente che l'Europa non ha subito grandi cambiamenti nella protezione civile in seguito agli eventi del 11 settembre 2001. Comunque, ci fu una risposta ritardata che ha lentamente acquisito forza. In questo si può distinguere tra gli eventi negativi che hanno "spinto" il sistema verso il cambiamento (cioè, i disastri recenti) e l'effetto "trascinante" di innovazioni tecnici e organizzativi.

Nel senso negativo, l'impatto dei disastri è diventato sempre più serio. Negli ultimi 5 anni le tempeste e le alluvioni, ad esempio, hanno ripetutamente causato caos a gravi danni in Europa. Questi disastri stanno diventando sempre più costosi e stanno caricando sempre di più i sistemi di assicurazione contro danni ed infortuni e di gestione dell'ambiente, nonché i sistemi regionali di gestione delle emergenze. In Europa, le recenti alluvioni dei fiumi Oder e Reno hanno non soltanto causato grandi danni e perdite ma anche getato luce sulla necessità di aumentare ilm coordinamento internazionale della gestione delle emergenze. Le epidemie di afta e di SARS hanno rivelato la possibilità che l'Europa subirà nel futuro grandi epidemie e disastri epizootici. L'incapacità dei Britannici di gestire bene la recente epidemia di afta potrebbe essere ripetuta in altri paesi europei.

Anche l'abilità di gestire gli atacchi terroristici potrebbe essere minore dei fabbisogno potenziale. Pochi sono i servizi anti incendi e ospedalieri che sono in grado di gestire bene un attacco di terrorismo biologico. Malgrado decenni di esperienza con il terrorismo in Europa (problemi di separatismo basco e irlandese, gli "anni di piombo", ecc.), il pubblico è ancora poco coinvolto nella gestione delle nuove minacce alla sicurezza comunitaria e nazionale rappresentata dalle nuovi forme del terrorismo che stanno emergendo.

Più positivamente, la gestione delle emergenze in Europa sta gradualmente acquistando un senso maggiore di direzione. A livello di vertice, lo scopo e la gravità delle minacce sono stati ampiamente riconosciuti. Gli scenari di pericolosità, vulnerabilità, rischio e risposta di emergenza sono stati compilati. I legami europei saranno prima o poi stabiliti. Nel frattempo, la gestione dei rischi e la pianificazione delle emergenze stanno guadagnando terreno in senso professionale. Per di piu., la sicurezza è diventata una questione larga e importante nel mondo commerciale quanto lo è nella vita della comunità e nei circoli del governo.

Disaster management nel resto del mondo

Alcuni dei problemi e dei ritardi subiti in Europa sono comuni al campo della protezione civile nel resto del mondo. C'è una mancanza di standard comuni, generalmente accettati, per la pianificazione delle emergenze, la gestione dei disastri, la formazione e l'addestramento. Tradizionalmente, il campo sussiste con fondi minimi. Una volta finita, le emergenze vengono dimenticate dal pubblico e dei politici affinché non ritornino. Come risultato, il campo ha subito uno sviluppo molto saltuario. Le grandi catastrofi fungono come eventi catalitici che danno una spinta alla legislazione, alla pianificazione e ad altre applicazioni della protezione civile. Esse possono essere considerate "finestre di opportunità", che richiamano attenzione e risorse alla preparazione per le emergenze affinché il livello di interesse da parte del pubblico li permette (infatti, la maggior parte delle leggi sulla protezione civile segue i disastri che provocano un'ondata di attività legislativa). Potrebbe essere che le opportunità di sviluppare la gestione dei disastri in tutti e tre i modi (come una materia accademica, come un affare commerciale, come una funzione del governo), dependano fino ad un certo punto dall'avvenimento della prossima catastrofe. Comunque, se è così, si può fare ben poco a parte riconoscere che le opportunità possano arrivare senza molto preavviso.

Fino a questo punto la discussione si è focalizzato sulle dimensioni domestiche e europee, ma il problema ha un altro lato ancora. In quasiasi momento del tempo circa una dozzina di emergenze umanitarie sono in varie stati di sviluppo in diverse parti del mondo. I paesi europei sono coinvolti tramite le operazioni di soccorso, gli aiuti spediti ufficialmente, e il lavoro delle forze armate nel mantenere la pace, o unilateralmente o tramite le operazioni sponsorizzate dall'ONU. Queste "emergenze complesse", come sono state chiamate (cioè, i disastri caratterizzate dal fallimento dell'ordine militare, sociale, economico e amministrativo) saranno probabilmente più comune nel futuro. Infatti, il disordine sembra destinato a diffondersi sotto la spinta del crescente inegualità, e del fanatismo, della polarizzazione, della deprivazione, la vulnerabilità, e il prevalente impiego della forza per risolvere i problemi del mondo.

In sintesi, la disaster management è un campo che sta crescendo rapidamente in tutto il mondo. Il paese in avanguardia è indubbiamente l'America, la quale, almeno a livello federale, offre un modello ben definito di organizzazione che è stato adoperato da molte altre nazioni. Comunque, ci sono particolari problemi nell'applicare il modello federale a stati monolitici, dato la diversa spartizione dei poteri. In quasiasi caso, ci sono molte parti del mondo in cui il campo della gestione dei disastri è privata di fondi, in cui è poco sviluppato, e in cui è sotto la cura di organizzazioni o enti arrettrate o non ancora ben sviluppate. Quindi, esiste una domanda mondiale per servizi di formazione e consiglio, sebbene senza l'aggiunta di grossi finanziamenti per procurare tali servizi. Saranno alcuni anni prima che i governi si rendono conto che nonsi può beneficiare da un'organizzazione e una formazione adeguate tramite misure allestite a caso e a prezzo troppo basso.

La lezione di queste osservazioni è che, malgrado la crescente ricchezza delle opportunità, questo campo è perennamente sottovalutato e sostenuto con un'insufficienza di fondi. È una realtà consistente sia in Europa che nel resto del mondo. Il mercato per le consulenze, la formazione e l'educazione è quindi forte di interesse ma debole di sostegno finanziario.

Riassunto delle tendenze e delle opportunità nel settore

Oggi come oggi si può osservare le seguenti tendenze nella gestione delle emergenze:

(a) Da parte dei governi, c'è un rinnovo dell'interesse nel campo, il quale, però, non dispone ancora di sufficiente esperienza o organizzazione per portare il problema sotto controllo.Ai livelli nazionali, regionali e locali, gli organi del governo dovrebbero cercare aiuto dai professionisti del settore. Bisogna vedere, comunque, quanto questi enti sono disposti a pagare per tali servizi

(b) Molto probabilmente i disastri naturali, particolarmente alluvioni, tempeste e nevicate, diventeranno più costosi e più imponenti nel futuro rispetto ai loro impatti nel passato. Quindi essi solleciteranno maggiore domanda per aumentare il livello di preparazione e sicurezza, sebbene in un modo saltuario che varia con i disastri che avvengono. Sembra che nell'agenda politica la minaccia di un attentato terroristico abbia messo nell'ombra quella dei disastri naturali, ma sarà sicuramente solo un effetto provvisorio.

(c) I settori commerciali e industriali hanno cominciato ad interessarsi sostanziosamente nella gestione dei rischi e nel disaster recovery (sebbene questi termini non significano esattamente la stessa cosa nella pubblica amministrazione che significano nel settore privato. Il campo della sicurezza è cresciuto rapidamente, ma sembra che non abbia ancora capito in pieno il suo bisogno di pianificazione, formazione e addestramento.

(d) Il terrorismo è di nuovo una questione di maggiore rilievo, soprattutto rispetto alle nuove forme poco familiari che esso potrebbe prendere. Gli anni del terrorismo legato al separatismo hanno messo l'Europa all;'avvanguadia della lotta contro questo problema, ma la gestione di incidenti chimici, biologici, nucleari o radiologici potrebbe richiedere un approccio radicalmente diverso, insieme a nuove fonti di conoscenza. L'Europa guarda agli Stati Uniti per direzione, sebbene bisogna ricordare di nuovo che ciò che funzione in una nazione federale non sia necessariamente ideale per uno stato monolitico. Soprattutto, c'è bisogno di esperienza multidisciplinare che unisce i settori di logistica, sociologia, psicologia, ingegneria, fisica, chimica, scienze mediche, cartografia dei rischi e molte altre discipline. Il successo delle inziative dipenderà da quanto riescono ad unificare le diverse fonti di conoscenza.

(e) Le industrie di assicurazione e riassicurazione sono seriamente preoccupate dalla questione dell'assicurazione contro le catastrofi. Negli ultimi anni, le perdite nei disastri sono diventate eccessive, ma anche le opportunità di concludere affari sono cresciute a misura. Così la proporzione delle perdite finanziarie nei disastri ripagate dall'assicurazione è raddoppiata in 10 anni. C'è, comunque, una critica mancanza di capitale per sottoscrivere i rischi di catastrofe. Quindi, le compagnie dovrebbero cercare nuove fonti di esperienza per aiutarli a stimare i rischi di coinvolgimento in questo settore nel futuro. Purtroppo, molte compagnie di assicurazione non sono ancora particolarmente sensibili alla possibilità di collaborare con istituzioni accademiche, ed alcune hanno allestito dipartimenti di ricerca per conto proprio, nel caso della Compagnia di Riassicurazione di Monaco di Baviera, con grande successo.

(f) La domanda per la formazione in materia di disaster management è destinata a crescere. I principali clienti sono il settore della pubblica amministrazione, i servizi di emergenza, e le principali compagnie commerciali. I campo è ancora lontano da raggiungere lo stato di una vera e propria professione, ma sta andando in quella direzione. Esiste quindi una doppia domanda per educazione e formazione professionale e per gli standard. Comunque, dato che il campo non può vantarsi ancora dello stato di una professione, esso non può pretendere di ricevere una remunerazione a livello di quello degli ingegneri, medici, raggionieri e membri di altre professioni ben stabilite. Così, i corsi di formazione devono essere di breve durata e costo contenuto.

Note

[1] Geografia e antropologia, sociologia, psicologia sociale, economia e scienze attuariali , scienze geofisiche e di costruzione, medicina e epidemiologia, e studi dello sviluppo economico (vedi Alexander, D. 1993. Natural Disasters).


[2] Quarantelli, E.L. 1995. What is a disaster? International Journal of Mass Emergencies and Disasters 13(3): 221-229; Quarantelli, E.L. (ed.) 1998. What is a Disaster? Perspectives on the Question. Routledge, London, 312 pp.

Dieci principi della protezione civile democratica



1. La protezione civile deve essere un servizio fornito esplicitamente per la popolazione, non solo per lo stato in qualsiasi delle sue forme.

2. Essa deve rispondere al fabbisogno di sicurezza manifestato e espresso dalla gente qualunque.

3. Essa deve coinvolgere la popolazione, in modo partecipatorio, nella tutela della propria sicurezza.

4. Essa deve essere organizzata principalmente a livello locale: i livelli più alti della pubblica amministrazione servono per fornire coordinamento, armonizzazione e sostegno e non devono sostituire la capacità di rispondere alla crisi del livello locale.

5. Essa deve essere pienamente demilitarizzata.

6. Il servizio deve raggiungere il più alto livello di professionalità possibile.

7. La protezione civile deve utilizzare una pianificazione di emergenza generica, basata sugli scenari di pericolosità e di rischio, e atto a ridurre la vulnerabilità e di affrontare il fabbisogno fondamentale della popolazione generale della zone in cui i piani vengono applicati.

8. Essa deve definire la gestione sostenibile dell'emergenza e della riduzione del rischio e lavorare per raggiungere questo fine.

9. Essa deve essere compattibile con la sostenibilità ecologica e con la pianificazione urbanistica e regionale che appartiene alla zona locale.

10. Essa deve tenere il pubblico ben informato di qualsiasi rischi e contingenze che potrebbero richiederlo a prendere azioni o misure.

11 settembre 2001: attacchi terroristici sugli Stati Uniti: impatto sulla protezione civile




Il seguente articolo fu scritto nel 2002.

Gli attacchi terroristici avvenuti la mattina di Martedì 11 settembre 2001 sono senza precedenza per quanto riguarda la scala di operazione, l’audacia e il grado di coordinamento. Sembra che ben 6 attentati siano stati pianificati, di cui 3 hanno colpito in pieno i bersagli causando la perdita di 3000 vite. Al momento di scrivere, non chiaro se questi oltraggi rimarranno unici nella storia moderna oppure se essi inaugureranno una nuova fase di instabilità mondiale. In qualsiasi caso, gli attacchi a New York e Washington D.C. stanno avendo un profondo impatto sulla protezione civile. Questo articolo esaminerà alcuni aspetti degli attentati con riferimento all’organizzazione dei servizi di soccorso e alla pianificazione degli interventi di emergenza. Sebbene grazie ai mass media gli avvenimenti di quel giorno tremendo siano ben conosciuti a tutti, occorre, per primo, ricapitolare la sequenza degli eventi per capire meglio quali elementi siano importanti alla futura pianificazione della protezione civile.

Gli attentati

Alle 08,45 dell’11 settembre 2001, durante un normale volo commerciale, un Boeing 767 viene dirottato e pilotato contro i piani superiori della torre settentrionale del World Trade Center (WTC), nel distretto finanziario di New York nella penisola di Manhattan. Diciotto minuti pi tardi un altro 767 dirottato si abbatte contro la adiacente torre meridionale. Entrambe le torri erano alte 110 piani. Alle 10 e 10 minuti un Boeing 757 piomba nel quartiere generale delle forze armate statunitensi, il Pentagono, e nello stesso momento un altro 757 si precipita nella Pennsylvania rurale, apparentemente mancando il bersaglio che i dirottatori volevano colpire a Washington o nello stato di Maryland. Almeno tre altri aerei con a bordo terroristi armati di coltelli venivano nel frattempo fermati a terra durante il groundstop, il successivo fermo generale dell’aviazione, sebbene la notizia della loro esistenza veniva resa pubblica soltanto dopo diversi giorni.

La capacità dei serbatoi di carburante dei 767 della Boeing di 90.770 litri, mentre quella dei 757 di 42.680 litri. Tutti i 4 aerei erano decollati con i serbatoi pieni pochi minuti prima di essere dirottati. Le 266 persone a bordo, compreso i 19 dirottatori, muoiono negli scontri e non ci sono superstiti. In tutti i tre edifici colpiti, il carburante dei velivoli alimenta deflagrazioni. Palle di fuoco vengono iniettate in entrambe le torre del WTC: quella settentrionale prende fuoco tra il 95º e il 103º piano; quella meridionale tra il 82º e il 93º. L’incendio al Pentagono, il palazzo di uffici pi grande del mondo, prosegue per molte ore ma viene contenuto dalla struttura massiccia dell’edificio, progettato per resistere ad un attacco bellico.

Il WTC fu costruito negli anni ‘60 con una struttura portante composta di travi di acciaio rivestite di cemento. Le torri disponevano di una forte colonna centrale in cui si trovavano gli ascensori (198 in tutto), le scale e i condotti di distribuzione dei servizi. Le travi portanti radiava da questo tronco centrale collegandosi verso l’esterno con il resto dell’intelaiatura strutturale.
Gli impatti e le fiamme distruggono i sistemi antincendio, mentre la temperatura nei piani superiori dei due edifici saliva rapidamente a circa 800-1100 gradi. Nel giro di un’ora il cemento diventava polvere o fuliggine. Prima le travi deformavano per l’intenso caldo e poi si scioglievano. Sessantadue minuti dopo l’impatto la torre meridionale crolla. Quella settentrionale la segue alle ore 1028, 103 minuti dopo aver subito l’impatto del primo aereo.

Secondo i progettisti, le torri furono costruite in modo tale da resistere l’impatto di un Boeing 707, il normale aereo di linea negli anni ‘60, e di bloccare lo sviluppo di un incendio per circa 2 ore, il tempo "di progetto" per l’evacuazione totale delle 2 torri più alte (il World Trade Center consisteva in 7 edifici). Sarebbe stato, comunque, estremamente difficile progettare questi edifici per resistere l’impatto, lo scoppio e le palle di fuoco di attacchi premeditati e accuratamente pianificati come quelli dell’11 settembre.

La cifra complessiva dei morti viene stimata in 44 unità nella Pennsylvania, 189 nel Pentagono e 2765 nel WTC, compresa nel secondo caso centinaia di stranieri provenienti da circa 60 paesi. Alcune decine fra le vittime sono italiani. Dato che nei momenti di massima affluenza, il WTC ospitasse 40,000 lavoratori e 80.000 visitatori, la mortalità a New York viene notevolmente ridotta dalle evacuazioni che hanno avuto, tutto sommato, buon esito. Però, alcune decine di persone intrappolate sui piani superiori senza possibilità di salvataggio muoiono gettandosi dalle finestre per evitare una fine più lenta tra le fiamme.

Di particolare rilievo per la protezione civile la morte di 343 pompieri e 78 poliziotti, i quali accorrevano al WTC appena dopo esser stati avvertiti degli scontri e, in molti casi salivano le scale di emergenza delle torri con l’intenzione di salvare le persone intrappolate o di combattere le fiamme.

I crolli avrebbero potuto essere molto più devastanti se gli impatti degli aerei fossero avvenuti , e i conseguenti incendi sviluppati, in punti più bassi delle torri. Così, queste ultime avrebbero potuto cadere sugli edifici adiacenti girandosi come alberi abbattuti, mentre in realtà sono crollati verticalmente su un’area piuttosto ristretta. All’inizio del crollo, lo spostamento del carico dei piani superiori su quelli inferiori di circa 100.000 tonnellate, e il risultante cumulo di macerie, che contiene anche i resti di ben 3 altri edifici (compresa il WTC-7, un grattacielo di 47 piani), pesa circa 1.200 milioni di tonnellate. I crolli generarono onde sismiche paragonabili a terremoti di una massima magnitudo di 3,2.

Analisi

Mentre quasi tutti i singoli elementi degli attacchi sono paragonabili ad aspetti di alcuni eventi precedenti (ad esempio, lo scontro di un aereo caccia contro l’Empire State Building), la somma degli effetti, e quindi la gravità dell’impatto totale, non ha paragone nella storia del terrorismo. La magnitudo dell’attacco, il grado di coordinamento e la totale mancanza di preavviso ricadono fuori di ogni altra esperienza. Quindi, la pianificazione prima dell’evento non avrebbe potuto trarre sufficiente ispirazione da altri eventi per descrivere lo scenario di riferimento. Malgrado questo, molte lezioni possono essere tratte da ci che successo. Ecco una breve riflessione su alcune principali questioni.

I problemi a New York

Procedure di evacuazione. Per anni, l’evacuazione degli edifici alti stata oggetto di controversia. I grattacieli rappresentano forti concentrazioni di vulnerabilità per quanto riguarda il rischio di incendio o di cedimento strutturale. Alcune fotografie scattate durante l’evacuazione di una delle torri del WTC mostrano scale strette (di larghezza meno di un metro) e affollate, con gente che cerca di scendere, strizzandosi contro i muri per far passare i pompieri che salgono, carichi di bombole di ossigeno e di altri attrezzi.

Avendo ricevuto istruzioni conflittuali dai colleghi, non tutti gli occupanti delle torri si dirigevano subito alle uscite, soprattutto sono rimasti fermi quelli che vedevano la pioggia di detriti da sopra e che si sentivano più sicuri dentro che fuori. Alla fine, molti di quelli che raggiungevano le scale trovavano il buio, il fumo e la presenza di grandi quantità di acqua provenienti dalla rottura dei sistemi di spegnimento degli incendi.

Sebbene una quantità elevata di persone siano riuscite ad evacuare dalle torri (forse il 90%), molte persone hanno impiegato più di un’ora di arrivare al pianterreno dal 70º piano e oltre. Una volta arrivate, il fumo, la polvere e la pioggia di detriti che cadeva continuamente nella piazza del WTC rendeva molto pericoloso il tentativo di uscire. Più positivamente, come avrebbero previsto i sociologi che si occupano dei disastri, il panico sembra essere stato molto limitato: la stragrande maggioranza delle persone si sono comportate in modo calmo e razionale, anche in situazioni apocalittiche.

Scenari di pianificazione per gli edifici alti. Nei giorni successivi, alcuni esperti di ingegneria strutturale comunicano ai mass media la gravità degli incendi (cioè, pochi minuti dopo l’impatto) rendendosi conto che le torri dovevano inevitabilmente crollare. Le implicazioni di tali dichiarazioni per la pianificazione degli interventi di emergenza sono profonde. Sebbene sottostimare il rischio di crollo comprensibile sotto circostanze davvero eccezionali, a New York 248 pompieri e 95 soccorritori partirono da 5 distretti e da 34 compagnie dei Vigili del Fuoco newyorchese e poi morirono. Per di più, molti mezzi dei servizi di soccorso vengono schiacciati nel doppio crollo delle torri.

E’ normale basare i piani di emergenza su eventi pi probabili e meno catastrofici invece che su quelli quasi impensabili con conseguenze davvero apocalittiche. Eppure la pianificazione del disastro necessita il "pensare l’impensabile": essa dovrebbe abituare il Disaster Manager ad adattare le sue decisioni ed azioni a condizioni veramente insolite. Tenendo conto che non c’è niente di più crudele e ingannevole del senno di poi, bisogna ripensare, piuttosto profondamente, la gestione dei grandi disastri che colpiscano gli edifici alti. Nell’ambito dei piani comunali di emergenza, bisogna formulare dettagliati scenari di risposta per tali situazioni.

Negli Stati Uniti ogni anno 16.000-20.000 edifici alti prendono fuoco, uccidendo tra 80 e 90 persone e ferendo 800-900. Ovviamente, il problema non ristretto all’USA: ad esempio, negli anni ‘70 Sao Paulo fu teatro di due famosi incendi nei grattacieli, dove decine di persone morirono intrappolate. Quindi non un problema cos insolito.

Gli aspetti più significativi della questione sono la sicurezza dei lavoratori di emergenza, il bisogno di accelerare le evacuazioni, e la necessità di proteggere gli evacuati mentre escono dall’edificio. La prima parte dell’allegata tabella offre una serie di previsioni dei tempi teorici di evacuazione del WTC calcolate utilizzando alcune equazioni non lineari sviluppate in una serie di prove di evacuazione eseguite su edifici alti nel centro di Toronto in Canada negli anni ‘70. La seconda parte riporta i tempi veri di evacuazione dopo l’attentato terroristico sul WTC nel 1993 quando una bomba provocò una serie di incendi e la diffusione generale del fumo in entrambe le torri. Come mostrano i dati, l’evacuazione totale di questi edifici richiedeva più di 2 ore, e forse più di 3.

Gestione dell’emergenza. Il centro di gestione dell’emergenza del Distretto di Manhattan doveva essere ubicato nella torre settentrionale del WTC, dove la Port Authority of New York-New Jersey aveva affittato una serie di uffici sui 2º, 14º e 19º piani. La decisione di alloggiare il principale centro operativo nel WTC fu un atto di sfida al terrorismo in seguito alla bomba del ‘93, e fu anche una mossa strategica, dato il ruolo centrale del WTC nella zona di alta finanza di New York. Ovviamente, sotto le circostanze diventato il posto meno adatto in assoluto. Da questo si può concludere che in ambienti urbani complessi quanto Manhattan sarebbe necessario allestire diversi centri operativi, ubicati in luoghi protetti e collegati in una rete. Ognuno di questi dovrebbe avere la capacità di diventare il centro principale se quello predestinato dovesse essere reso inutilizzabile.

Altri aspetti della gestione dell’emergenza a New York hanno avuto esiti più positivi. Dato che il fondo della penisola di Manhattan circondata dalle acque su tre lati, fu abbastanza facile perimetrare l’area colpita e controllare l’accesso. I battelli evacuavano i feriti attraverso il fiume Hudson ad un posto medico avanzato a Jersey City, sulla riva del New Jersey. Malgrado la lentezza del trasporto littorale, era molto più facile e sicuro soccorrere le vittime così, ad una certa distanza dal fumo e dalla confusione di Manhattan. Di 5284 feriti, il 7,9% aveva bisogno di una degenza in ospedale. Il centro traumatologico di primo livello più vicino al sito della sciagura raggiunse la sua quota di pazienti (circa 200) entro 2 ore dall’inizio della catastrofe, e in seguito i feriti sono stati distribuiti tra 83 delle 170 ospedali delle 5 borough e 3 contee della zona metropolitana di New York.

Alle ore 17,00 dell’11 settembre il soccorso medico aveva raggiunto la sua massima potenza, ma la seconda ondata di feriti, ansiosamente attesa da medici e infermieri, non ci fu. Otto ore dopo l’inizio della catastrofe non c’era pi bisogno di praticare il triage.

Ricerca e salvataggio. Al sito del disastro newyorchese un miliardo e 200 milioni di tonnellate di macerie erano accumulate in un groviglio molto compatto ma parecchio instabile. Fu estremamente difficile penetrare questo per cercare persone rimaste intrappolate, e per di più, gli incendi scoppiavano continuamente. I vuoti venivano riempiti di polvere, di fango o di fuoco e gli edifici intorno minacciavano di crollare da un momento all’altro (infatti il WTC-7, di 47 piani, croll alle 17,20 dello stesso giorno della tragedia). Malgrado un’operazione di ricerca e salvataggio che coinvolgeva fino a 1200 soccorritori alla volta (il massimo numero che potevano lavorare nello spazio disponibile), pochissime persone furono trovate vive, e quelle soltanto all’inizio delle operazione di salvataggio.

L’enorme peso degli edifici crollati, e l’eccessiva frantumazione avvenuta durante i crolli, significavano che la proporzione di vuoti fu minore della figura del 15% riscontrata in altri crolli di grossi edifici, ad esempio nei terremoti. La vasta scala del cumulo e la massiccia instabilità del sito richiedevano l’impiego di mezzi pesanti dei tipi che solitamente non vengono usati in tali circostanze per paura di schiacciare vittime ancora in vita ma intrappolate sotto le macerie. Inoltre, la precarietà del sito necessitava di una serie di interruzioni al lavoro di salvataggio mentre gli operai lottavano disperatamente per consolidare i muri ancora in piedi. Comunque, con il passare del tempo, il lavoro diventava più regolare e, dividendo il sito in 4 zone di comando, ben 90.000 tonnellate di macerie furono rimosse durante la prima settimana.

Problemi a Washington, D.C.

Un commento editoriale pubblicato nell’autorevole quotidiano The Washington Post una settimana dopo la catastrofe disse che "un esame degli eventi di Martedì scorso indica che il Distretto [Washington DC] era impreparato per l’emergenza e quindi non fu in grado di reagire e prestare assistenza al pubblico in modo rapido e efficace." Questa affermazione grave tale da richiedere chiarimenti e spiegazioni.

Le comunicazioni e le risposte di emergenza. Gli Stati Uniti dispongono di un sistema di trasmissione di messaggi di emergenza al pubblico tramite radio e televisione che viene periodicamente messo a prova. La mattina della catastrofe questo strumento non fu attivato nel Distretto di Columbia. Ciò nondimeno, la maggior parte dei cittadini ottennero informazioni su che cosa fare dagli stessi mass media che avrebbero trasmesso messaggi provenienti dal governo, ma le interpretazioni della situazione formulate e trasmesse dai giornalisti non corrispondevano necessariamente a quelle ufficiali. Infatti, in alcuni casi sembra che una politica ufficiale dell’emergenza non ci fosse. Ad esempio, il Capo del Gabinetto del Sindaco, incapace di comunicare per telefono a causa del sovraccarico delle linee e delle reti cellulari, usò la posta elettronica per ordinare l’evacuazione degli uffici federali. Ma dopo 4 minuti l’Amministratore della città mandò il contrordine, sempre per posta elettronica. Il primo messaggio fu inviato in risposta ad un’informazione, risultata sbagliata, che altri 3 aerei stavano per precipitare sulla capitale; il secondo fu frutto di una decisione di non sospendere il funzionamento del governo durante la crisi.

A parte l’ovvia conclusione che la posta elettronica non è un buon mezzo per diffondere un ordine di evacuazione, anche Internet fu rallentato dal sovraccarico e quindi perdeva la sua capacità di trasmettere messaggi in tempo reale. In qualsiasi caso, in realtà i lavoratori non essenziali tornavano a casa per conto loro, creando intoppi stradali in tutto il Distretto di Columbia e bloccando il movimento dei mezzi di soccorso. Un sistema di gestione del traffico (frutto delle pianificazioni "Anno 2000", detta "Y2K") fu attivato, e solo dopo 3 ore riuscito a snodare gli ingorghi.

Secondo le previsioni per una qualsiasi emergenza, alcuni telefoni satellitari avrebbero dovuto essere collocati nei principali ufficiali di governo a Washington. Purtroppo, questi strumenti sono rimasti chiusi in uno sgabuzzino fino al giorno successivo. Inoltre, il Distretto Sanitario Locale non disponeva di radio capaci di monitorare le comunicazioni tra ospedali e autoambulanze e quindi, dato il non funzionamento dei telefoni, non era in grado di partecipare alla formulazione delle decisioni logistiche e di stimare la disponibilit di servizi sanitari.

Piani di emergenza. Il Dipartimento di Polizia Metropolitana del Distretto di Columbia, il quale dispone di un organico di 3800 impiegati, non custodiva né un piano anti-terrorismo né una procedura per informare i poliziotti sulla strada e i loro comandanti come e dove rispondere alla crisi. I comandanti furono costretti ad improvvisare un piano minuto per minuto. La polizia non era a corrente della decisione presa dal governo federale di mandare i suoi impiegati a casa, e quindi fu colta dalla sorpresa di fronte all’afflusso del traffico sulle strade.

Nel frattempo, le camere del Parlamento non furono evacuate. Sarà stato meglio così, dato che Deputati e Senatori non erano addestrati nell’evacuazione e il piano non era aggiornato per quanto riguarda l’ubicazione delle uscite di emergenza dell’edifico. Nonostante si temesse un attacco proprio al Capitol.

D’altra parte, invece, la Metropolitana di Washington mise immediatamente in atto il suo piano di emergenza e continuò a funzionare bene per tutta la crisi. Purtroppo, molti pendolari assunsero che non fosse operativa e cercarono di tornare a casa sulle strade; quindi i treni circolavano mezzo vuoti.

La Contea di Arlington (Virginia), periferica alla città, lanciò il suo piano di emergenza 10 minuti dopo l’inizio della crisi. Meno male, comunque, che non c’erano molti feriti, perché l’Amministratore della città di Washington dichiarò che il Washington Hospital Center, il massimo centro traumatologico della zona, non avrebbe potuto ospitare un grande numero di vittime.

Conclusione. Nel momento in cui i Servizi segreti si resero conto che un terzo aereo si stava dirigendo verso la Casa Bianca (e poi con un brusco cambiamento di rotta al Pentagono), non disponevano di una procedura per abbatterlo e comunque i caccia avrebbero dovuto coprire 200 km prima di arrivare a Washington. Ma a parte una misura così drastica e ipotetica come l’abbattimento, fu abbondantemente chiaro che l’entità di un possibile attacco terroristico sulla capitale degli Stati Uniti era stata largamente sottostimata nei piani di emergenza, qualora ci fossero. Gli scenari erano troppo modesti, soprattutto riguardo il probabile livello di caos, e i piani esistenti erano né comprensivi né sufficientemente chiari a proposito dei probabili rischi. Infatti, una simulazione di emergenza eseguita durante il mese di giugno 2001 prevedeva un attacco chimico all’aria aperta davanti al Museo Nazionale Smithsonian, senza danni e con pochissime vittime.

Inoltre, l’Agenzia di Protezione Civile della Città di Washington non aveva né i fondi né la manodopera per creare e rodare un piano di emergenza delle dimensioni necessarie. In seguito alla crisi la sua organizzazione madre, la FEMA, chiese (e generalmente ottenne) $250 milioni a settimana per eseguire opere di soccorso: somme infinitamente superiori a quelle che erano richieste (e non ottenute) per finanziare la pianificazione prima degli attentati.

Secondo il consenso che prevaleva prima dell’11 settembre, la città aveva bisogno di piani ben codificati ma largamente generici, come il piano "Threatcon" (threatening conditions, cioè, condizioni minacciose) delle Forze armate statunitense, il quale elenca le operazioni da eseguire ad una serie di livelli di allerta. Il Threatcon ha funzionato abbastanza bene durante le emergenze a New York e Washington, ma come strumento per affrontare tali disastri non era sufficiente.

Conclusione

Se gli oltraggi terroristici dell’11 settembre 2001 rimarranno una serie di eventi piuttosto unici nella storia oppure inaugureranno una nuova epoca di attentati, non si sa ancora. Gli eventi di quel giorno hanno avuto luogo in mezzo a delle città ricche di risorse e quindi le fonti di assistenza non sono mancate. Casomai il contrario: la congestione e le reazioni di convergenza verso il luogo dell’attentato costituirono un problema di grande rilievo. Come necessaria conseguenza, le misure per domare la confusione furono necessariamente drastiche. In questo senso il terrorismo provoca , per forza, una risposta più autoritaria rispetto ad altre forme di disastro, con la sola eccezione della guerra vera e propria. I pianificatori di emergenza dovranno affrontare meglio questo problema per poter integrare la Protezione civile in una struttura di risposta al terrorismo dominata da polizia e forze militari.

I problemi medici, psicologici, economici e strategici causati dal disastro andranno avanti per anni, con impatti profondi, non soltanto sulle famiglie delle vittime e sulle prospettive per la pace a livello mondiale, ma anche sulla comunità della Protezione civile statunitense. Si spera, comunque, che gli eventi di quel terribile giorno, e tutto il suo seguito domestico e internazionale, stimoleranno un miglioramento della pianificazione di emergenza, con "regole di combattimento" più precise e scenari di risposta più dettagliati e accurati. Creare questi strumenti considerato un obbligo da molti operatori nel settore che vogliono rendere omaggio ai coraggiosi soccorritori che hanno perso la vita nel cuore di Manhattan.

Tabella nº 1. Tempi di evacuazione della World Trade Center, New York
Tempi teorici di evacuazione
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Pauls (1980) equazione di flusso medio
10.000 persone per scala = 2 ore 14 minuti per uscire
20.000 persone per scala = 2 ore 41 minuti per uscire
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Pauls e Jones (1980) equazione per il tempo totale di evacuazione
10.000 persone per scala = 1 ore 59 minuti
20.000 persone per scala = 3 ore 56 minuti
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Tempi misurati di evacuazione
Quenemoen et alii (1996) evacuazione in seguito alla bomba e l’incendio del 1993
Tempi di evacuazione per 161 persone:
48% meno di 60 minuti
27% tra 60 e 120 minuti
25% pi di 120 minuti

L’11 settembre 2001, il crollo delle due torri termin le evacuazioni 62 e 103 minuti dopo l’inizio della crisi con circa il 90% delle persone evacuate.
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Opere citate:
Pauls, J.L. 1980. Building evacuation research findings and recommendations. In D. Can(curatore) Fires and Human Behavior. John Wiley & Son, New York.
Pauls, J.L. e B.K. Jones 1980. Building evacuation: research methods and case studies. In D. Canter (curatore) Fires and Human Behavior. John Wiley & Son, New York.
Quenemoen, L.E., Y.M. Davia, J. Malilay, T. Sinks, E.k. Noji and S. Klitzman 1996. The World Trade Center bombing: injury prevention strategies for high-rise buildings. Disasters 20(2): 125-132.

Il metodo degli scenari nella pianificazione e la gestione delle emergenze



Estratto dal libro: Principles of Emergency Planning and Management di David Alexander

Nel contesto dei disastri, uno scenario è una progressione ipotetica di circostanze e eventi progettata per illustrare o rivelare le conseguenze di qualche decisione, azione o impatto. Solitamente lo scenario viene allestito per offrire una risposta logica e consistente alla domanda "che cosa succederebbe se...?" Comunque, anziché mirare al futuro, talvolta si usa il metodo degli scenari per guardare in dietro (un modo positivo e costruttivo di utilizzare il senno di poi) come strumento di debriefing per meglio imparare le lezioni di un evento già successo.

Uno scenario è un modello di condizioni e circostanze. Esso solitamente viene progettato per rivelare il legame tra queste due cose (cioè, come le condizioni incidono con le circostanze e come le circostanze cambiano le condizioni). Il metodo degli scenari può essere usato, ad esempio, per rivelare le conseguenze degli impatti dei disastri, o di una certa scelta di opere di mitigazione, o di determinate strategie di ricerca e salvataggio dei superstiti. Gli scenari possono spiegare come la vulnerabilità interagisce con la pericolosità per creare particolari forme di rischio e di impatto. Gli scenari delle perdite dovute ai disastri possono essere modificati in base a determinate misure atte a ridurre il rischio e in rapporto a come queste funzionano durante il disastro.

È chiaramente essenziale costruire gli scenari come catene di eventi che sono plausibili e affidabili. Uno dei migliori modi per fare questo è di usare una metodologia dei sistemi (systems approach). Le immissioni vengono specificate nella forma di una serie di condizioni e di forze che provocano il cambiamento delle variabili fondamentali (ad esempio, come l'onda di piena di un fiume interagisce con la resistenza di un argine). Ulteriori condizioni vengono specificate nel compasso del sistema: alcune di queste limitano, ed altre guidano, i meccanismi di cambiamento della situazione mentre quest'ultima evolve. Insieme le condizioni fungono come forcing function, ovvero motrice, degli eventi. L'emissione del modello è lo scenario, come costruito, ed i suoi cambiamenti nell'arco del tempo preso in considerazione.

Gli scenari sono utilissimi al pianificatore d'emergenza, dato che il metodo può essere utilizzato per chiarire, sia le condizioni che necessitano di un piano (cioè, la presenza di fenomeni pericolosi e i loro probabili effetti), che l'impatto della preparazione in termini di quanto essa riesce a ridurre i rischi. Infatti, gli studi particolareggiati di pericolosità, vulnerabilità e esposizione al rischio possono essere integrati nello sviluppo degli scenari che vengono creati per investigare le perdite e gli infortuni nei disastri. In seguito, questi possono formare la base della pianificazione d'emergenza e delle misure atte a mitigare il rischio.

Il primo passo nella costruzione di uno scenario è quello di specificare le immissioni e i limiti iniziali (boundary conditions). Ad esempio, si potrebbe sviluppare uno scenario per un terremoto di magnitudo 7, il quale costituisce l'emissione dl pericolo che scatta e anima lo scenario. Le condizioni iniziali vengono date dalla vulnerabilità del patrimonio edilizio, dall'inquadramento dell'attività, al momento del terremoto, delle persone che vivono nella zona a rischio, e dalla capacità delle forze d'emergenza di rispondere tempestivamente al disastro. Lo sviluppo dello scenario avviene in base alla progressione temporale degli eventi. I dati sulla vulnerabilità indicheranno che un determinato numero di case potrebbero crollare e un certo numero di persone potrebbero morire. In base a questo, lo scenario può essere utilizzato per giudicare la probabile efficacia delle operazione di soccorso o per stimare la riduzione dei danni e degli infortuni avuta con un potenziamento dell'intervento immediatamente dopo il sisma.

Lo scenario procede attraverso una serie di fasi, le quali vengono solitamente definite dagli eventi (ad esempio, può estendersi dall'isolamento delle vittime all'inizio dell'emergenza all'arrivo delle forze incaricate con la ricerca e il salvataggio dei superstiti, e poi all'inizio dei processi di ripristino). Alla fine di ogni fase si può "congelare il tempo" e trarre la somma degli eventi successi, delle azioni e le decisioni prese. Così si ottiene una "sezione trasversale" del disastro, un quadro del progresso fatto e dei problemi affrontati dai principali attori (disaster manager, soccorritori, pompieri, volontari, medici, paramedici, ecc.). Quando si ha esplicato l'intera progressione degli eventi, e si è giunto all'esito finale, è possibile modificare lo scenario tramite la ricerca delle risposte ad una serie di domande come "che cosa succederà se raddoppiamo il numero di soccorritori?" oppure "che cosa succederà se il terremoto provoca delle frane che ostacolano le principali vie di accesso alla zona disastrata?" Le risposte a tali domande si hanno in base ad una serie di modifiche agli esiti dello scenario.

È particolarmente importante che il pianificatore di emergenza costruisca gli scenari in forma scritta, se necessario con l'aiuto di appositi esperti, per tutti i principali rischi e pericoli che entrano nella sua competenza. Questi serviranno per illustrare le situazioni che devono essere pianificate e aiuteranno a stabilire i parametri del processo di pianificazione di emergenza al livello locale.

Nel maggior numero di casi della costruzione di scenari a priori non ci sono mezzi per verificare il risultato, se non capita un vero disastro del genere nell'immediato futuro (così facendo dello scenario una specie di profezia!). Perciò si cerca la verisimilitudine nella plausibilità dei fatti, delle condizioni, dei meccanismi e degli esiti rappresentati dallo scenario. Mentre va avanti la progressione degli eventi si deve continuamente chiedere a se stesso: "è possibile questo?" oppure: "è probabile che avverrà così?" È meglio evitare scenari o eventi improbabili, ed anche, naturalmente, il pregiudizio, gli eccessi di fantasia, l'irrazionalità, il dettaglio eccessivo. Un buono scenario in forma scritta porterà il lettore con chiarezza, trasparenza e logica attraverso una serie di eventi, dimostrerà l'inquadramento delle decisioni, illuminerà le ragioni delle azioni prese, descriverà gli esiti, e giustificherà i vari eventi con un spiegazione logica e credibile. Lo scenario esemplare presenterà il quadro grande della situazione e non sarà ingombrato dall'invenzione di grandi quantità di dettagli. Le sue basi saranno i dati raccolti sui pericoli e sui rischi, ed anche l'andamento di eventi simili che sono veramente accaduti in passato (quindi è essenziale studiare meticolosamente i dati che possono aiutare la formulazione dello scenario). Così, l'esito finale sarà interamente plausibile, sebbene non necessariamente immune al dibattito.

Come esempio consideriamo lo scenario costruito per una ripetizione del grande terremoto di Kanto, che avvenne in Giappone nel 1923, il quale è raccapricciante. Si aspetta tra 40.000 e 60.000 morti, fino a US$1.200 miliardi di danni al patrimonio edilizio, danni per $900 miliardi all'infrastruttura, e perdite di $1.000 miliardi dovute all'interruzione delle attività redditizie. Comunque, il vero esito dipende dalle assunzioni su cui è basato questo scenario: alcuni ricercatori nel campo hanno giudicato esagerate le somme di danaro riportate qui. Tuttavia, è chiaro che tante cose importanti sono in ballo: la cifra finale delle perdite potrebbe essere equivalente alla metà del PNL giapponese e potrebbe indurre i mercati finanziari del mondo a subire una grave flessione.

Naturalmente, la maggior parte degli scenari sono meno grandiosi di questo, e quindi adesso considereremo un esempio ipotetico che ha il merito di essere molto semplice. Per essere breve, escluderemo la maggior parte del dettaglio di fondo.

Intorno alle ore 16,00 di un normale pomeriggio di un Venerdì di maggio accade un terremoto di magnitudo 6,7. Lo scuotimento forte dura 33 secondi e genera accelerazioni orizzontali in superficie che raggiungono il 31% della gravità (0,31g). Tra il patrimonio edilizio della città più colpita (50.000 abitanti) il danno è serio ma non universale. Più spettacolare di tutto, una sezione lungo 200 metri di un viadotto di autostrada è crollata su un parcheggio di macchine, schiacciando diversi automobili e forse alcuni dei loro occupanti. In secondo luogo, la facciata di mattoni e cemento armato di un grande magazzino nel centro commerciale della città è crollata e ha bloccato la strada principale con le sue macerie. Di nuovo, sotto ci potrebbero essere vittime. In terzo posto un capannone, in uso al momento del sisma, con telaio di acciaio è crollato nella zona industriale, mentre nell'area residenziale si ha avuto il crollo parziale di un palazzo di 4 piani abitato da anziani. In tre punti della città la rottura di tubi di gas ha dato luogo a incendi che sono violenti ma fortunatamente localizzati. In altri punti la rottura dei tubi di acqua ha provocato ad una serie di piccoli allagamenti e una forte perdita della pressione di erogazione dell'acqua in città. La mancanza di assistenza reciproca indica che anche i comuni limitrofi hanno da trattare con seri danni. Infine, nella zona esiste un unico ospedale dotato di pronto soccorso, e la sua funzionalità ed efficienza sono limitati da gravi danni strutturali e dall'assenza di diversi membri del personale medico e di alcuni funzionari di supporto.

Lo scenario va avanti in base ad un approccio razionale alla gestione di una situazione che è temporaneamente piena di elementi sconosciuti, di incertezze e di limiti alla capacità di agire. Il danno descritto sopra è chiaramente basato su perizie della vulnerabilità che sono state eseguite in "tempi di pace" con in mente una certa magnitudo di terremoto e con la specificazione di altri parametri sismici. La descrizione riferisce ad un punto di tempo circa mezz'ora dopo il sisma: essa non è completa perché in questo momento non si avrà una completa gamma di informazione sul disastro. Ad esempio, il numero di morti e feriti non è conosciuto. L'ulteriore sviluppo dello scenario dipende da una serie di assunzioni di come andrà avanti l'operazione di soccorso, e come si mostra la situazione rispetto le persone che rimangono senza tetto, ed i superstiti feriti e intrappolati. L'esito finale è un'espressione grafica del bisogno immediato di massicce risorse, un problema che il pianificatore di emergenza dovrà affrontare molto seriamente.

Un quartetto di disastri



Avevo scritto questi quattro saggi a metà degli anni '90 per un'enciclopedia del ventesimo secolo pubblicata in America. Offro la traduzione del testo in inglese come esempio della metodologia di analisi degli eventi catastrofici, praticata con l'obiettivo di trarre delle conclusioni utili per il futuro.


TERREMOTO IN ARMENIA

Breve riassunto. Circa 25.000 persone sono morte in un terremoto di magnitudo 6,9 che ha causato il crollo di tanti edifici malcostruiti in 3 città e 150 villaggi dell'Armenia settentrionale.

L'evento. La scossa principale avvenne alle 11,41 del 7 dicembre 1988, circa 80 km a sud della catena principale del Caucaso. Lo scuotimento durò 30 secondi e raggiunse il 21% dell'accellerazione gravitativa. Quattro minuti dopo arrivò una scossa d'assestamento di magnitudo 5,9, la quale causò ulteriori crolli tra gli edifici già danneggiati dal primo movimento tellurico.

Ufficialmente 24.944 persone morirono, sebbene alcune stime furono molto più alte. Dei 31.000 feriti, si dovettero ricoverare in ospedale 12.200.

Circa il 40% del territorio armeno fu interessato dal terremoto, e, dei 150 paesi danneggiati, 58 villaggi furono quasi interamente distrutti e 3 città furono gravemente danneggiate: Leninakan (pop. 290.000), Spitak (pop. 20.000) e Kirovakan (pop. non conosciuta). Ben 8 milioni di metri quadri degli alloggi (il 17% del totale armeno) furono distrutti o resi inagibili. Soltanto a Leninakan, 72 edifici alti sono crollati e 60 altri sono stati danneggiati oltre qualsiasi possibilità di ricupero. A Spitak, 9 km dall'epicentro, nessun alloggio rimase utilizzabile. In tutta la zona interessata dal sisma i senzatetto furono 514.000.

Mentre, i due impianti termonucleari dell'Armenia non ricevettero danni (un colpo di fortuna, dato la loro mancanza di adeguati sistemi di sicurezza), 130 fabbriche furono danneggiate o distrutte, un duro colpo all'economia armena. Le perdite economiche ammontavano a US$15 miliardi.

Le frane sismiche erano numerosissime, come erano i fenomeni di liquefazione. Alcuni villaggi molto isolati furono colpiti da valanghe detritiche, causando perdite di vite, e diverse strade e linee di ferrovia interrotte dai movimenti franosi. Come in altri eventi sismici di impatto molto disperso, i soccorsi raggiunsero i villaggi più remoti soltanto con massiccio ritardo.

Il comportamento sismico degli edifici. La cattiva qualità del suolo sotto Kirovakan, Leninakan e Spitak causò il crollo di diversi edifici, ma il tipo e la qualità di costruzione incisero molto di più. Gli edifici più vecchi erano costruiti in pietrame, spesso di una roccia vulcanica che si spaccava durante lo scuotimento sismico. Tali edifici avevano elementi orizzontali molto pesanti, di mattoneria oppure di cemento armato, e quindi il carico dinamico del terremoto causò lo spacco di angoli fino a provocare il crollo verso l'esterno dei muri e la caduta libera dei piani interni. Tuttavia, molti fabbricati più vecchi costruiti in pietrame hanno retto al sisma, e la maggior parte degli edifici crollati avevano meno di 15 anni.

Gli edifici più moderni erano di cemento armato, spesso con pannelli preformati anch'essi di cemento. Ma la debolezza delle giunture nelle intelaiature strutturali determinava spesso il crollo progressivo e totale dell'intero edificio. Se non, le scale si staccavano e crollavano durante lo scuotimento sismico, impedendo l'evacuazione degli occupanti.

Le norme altisismiche in Armenia erano insufficienti nel senso che sottostimavano la probabilità di forti scuotimenti e perché erano basati su un'insufficiente quantità di dati. Comunque, mentre il terremoto non fu prevedibile in sé, la sismicità della zona era ben conosciuta, tale da indicare le apposite misure da prendere. Però le autorità armene avevano ignorato un fondamentale lavoro scientifico del 1975, il quale aveva precisato le necessità di costruzione antisismica.

L'epidemiologia degli infortuni. Dal terremoto di Guatemala del 1976, a quello di Armenia del 1988, si è imparato molto sugli infortuni causati dagli eventi sismici, specialmente in rapporto alle inefficienze delle operazioni di soccorso, l'inutilità dei materiali inviati nella zona disastrata, e la predominanza di ferite da schiacciamento dovute al crollo degli edifici scossi dal sisma.

Mentre alcune vittime morirono di asfissia a causa della polvere proveniente dagli edifici sgretolati dai tremori, molti sono morti schiacciati sotto travi e macerie. La "sindrome dello schiaccamento" avviene quando la proteina mioglobulina viene rilasciata in quantità massiccia nel flusso del sangue dalla rottura del tessuto muscolare. Essa finisce per impedire il funzionamento dei reni, richiedendo un'immediata dialisi per salvare la vita del paziente. Fenomeni simili avvengono quando il potassio viene rilasciato nel flusso del sangue dalla rottura delle cellule schiacciate. A Yerevan, le unità di dialisi dei reni inviati dagli Stati Uniti permettevano l'esecuzione di 25-35 dialisi al giorno.

Un campione di 3 villaggi armeni, complessivamente di 8.500 abitanti, dimostrarono una mortalità del 49,5%, e una morbilità traumatica del 14,6%. Ma a parte il livello delle città, il peggio avvenne in alcuni edifici particolari che crollarono con una mortalità di oltre il 90% degli occupanti. Così morirono 205 di 215 operai in una fabbrica, e 285 di 302 ragazzi in una scuola. Tipicamente, le piastre costituenti i piani di tali edifici disintegrarono in frammenti talmente piccoli da non offrire spazio per sopravvivere tra le macerie.

Sotto le macerie giacevano circa 40.000 persone, di cui solo 15.000 sono state tirate fuori vive, maggiormente da altri sopravvissuti utilizzando soltanto arnesi rudimentali. Mentre qualche vittima è stata salvata ben 19 giorni dopo il terremoto, il 90% delle persone intrappolate e salvate vive sono state liberate entro 24 ore dalla scossa principale.

La logistica. Le operazioni di ricerca e salvataggio, e di soccorsi in genere, furono caotiche, inefficienti e lente da iniziare. Il tempo alternava da nebbia a neve, con temperature notturne che scendevano a -20EC. Infatti, la situazione meteorologica, insieme al fatto che quasi tutti gli ospedali della zona interessata dal terremoto non funzionavano più, rallentava i soccorsi in modo particolare. Inoltre, l'80% dei medici e degli infermieri della zona morirono nel terremoto. Quindi, i feriti dovevano essere portati a Yerevan e Tblisi. La mancanza di un'adeguato sistema di gestione del traffico aereo, insieme alle cattive condizioni meteorologiche, ebbero come risultato in 2 scontri aerei, complessivamente con 85 morti.

Il problema dei medicinali. Nei primi giorni dopo il disastro sono mancati analgesici, antibiotici, anestetici, fluidi endovenosi, siringhe, barelle, e attrezzi per trasportare i feriti.

Circa 60 ore dopo l'impatto iniziava un'operazione di soccorso in cui ben 70 nazioni donavano denaro, manodopera, viveri e altri aiuti. Entro una settimana dal disastro, l'aeroporto principale di Yerevan gestiva 150 voli al giorno e 32 magazzini di materiali donati. Ben 5.000 tonnellate di medicinali e rifornimenti medici sono arrivati dall'estero (il 25-30% per valore di tutte le donazioni), di cui solo il 30% risultava utile, mentre l'8% era scaduta e l'11% era di tipo inutile. La maggior parte del resto era composta da medicinali complessivamente di 238 nomi in 21 lingue diverse, tale da non poter identificare la sostanza in questione. Le traduzioni in russo erano rare e in armeno inesistenti. Quindi, alla fine del mese si dovette distruggere il 20% dei medicinali. Inoltre, una strategia efficiente per gestire i rifornimenti medici si è avuta soltanto 2 settimane dopo il disastro. Nel frattempo i produttori di medicinali hanno apparentemente colto l'occasione per scaricare i loro avanzi sulla zona disastrata.

Il contesto. Il terremoto armeno avvenne in mezzo ad un processo di trasformazione dell'Unione Sovietica. Fu il primo evento del genere in cui le autorità sovietiche accettarono una grande quantità di auiti dall'estero.

Tuttavia, la gravità del disastro non riuscì a cancellare le preesistenti preoccupazioni politiche: alcuni soccorritori azeri sono stati aggrediti dagli armeni, alcuni politici locali usavano la situazione per diffondere l'ultranazionalismo, le tensioni etniche crescevano fortemente e infine nemmeno il coprifuovo e la presenza di 13.000 truppe sovietiche riusciva a contenere la situazione.

INCENDI NELLA MACCHIA MEDITERRANEA DELLA CALIFORNIA

Breve riassunto. Nell'autunno del 1993 alcuni incendi nella macchia della California meridionale bruciarono 79.000 ettari e 1.814 case, soprattutto a Malibu. Tre persone morirono nelle fiamme.

L'evento. Alla fine di ottobre 1993, una serie di incendi bruciarono una larga fascia della macchia mediterranea della parte meridionale e più urbanizzata dello Stato di California. In 6 contee, compresa quella di Los Angeles, 14 incendi distrussero interamente 731 case e 66.800 ettari di brughiera. Le perdite economiche furono stimate in più di $1 miliardo.

All'inizio di novembre 1993 nove altri incendi hanno ucciso 3 persone, ferito 111, e distrutto 1.084 case, lasciando più di 30.000 persone senza tetto. A Malibu, 350 case furono distrutte con danni che ammontavano a $375 milioni. I feriti denunciavano intossicazione dal fumo, ustioni e danni ai polmoni causati dalla respirazione di aria surriscaldata.

L'incendio di Malibu ebbe inizio ad est della città alle 11,45 del 2 novembre 1993. In sole 4 ore le fiamme viaggiarono 19 km lungo le profonde valli incise nelle colline costiere fino a lambire l'oceano Pacifico. Il fuoco saltava 15-20 m nell'aria e sul lungomare le palme scoppiavano spettacolarmente in fiamme.

Raffiche di un vento di tipo Santa Ana tiravano un'aria calda e secca a 90 km orari e spingevano l'incendio verso la zona urbana della costa, necessitando l'evacuazione di scuole, fabbriche, case e un'università. Molti residenti, preoccupati della sorte delle proprie case, rifiutavano di evacuare. Di conseguenza, anziché per combattere le fiamme, metà dei pompieri presenti nella zona residenziale di Emerald Bay furono utilizzati per salvare la vita di chi si rifiutava di andare via.

La logistica. Ben 7.000 pompieri erano presenti nella zona. Si impegnavano le ruspe per togliere materiali combustibili dalla brughiera intorno a Malibu, e si faceva grande uso di un diverso numero di elicotteri Bell-412, capaci di portare 1.400 litri di acqua, e di aerei C-130, i quali possono trasportare 11.000 litri di sostanze chimiche utilizzate per sopprimere le fiamme. Tuttavia, i rischi erano troppo grossi per poter volare di notte.

La strategia per combattere l'incendio consisteva nella creazione di una serie di confini, mantenuti contro le fiamme da linee di pompieri insieme ai loro 250 mezzi. Si allestiva un posto di comando sul lungomare. Ma diverse volte, le linee sono state spezzate dalle fiamme, e di fronte a questo pericolo, si è dovuto ritirare anche il posto di comando. A Las Flores Creek, le fiamme passavano nel vento sopra i pompieri, i quali sono rimasti quasi circondati.

Gli incendi selvatici. Sebbene la protezione di risorse ad alto valore richieda l'impiego di un intervento sempre diretto e vigoroso, ogni giorno si dovrebbe formulare una nuova strategia per combattere l'incendio in base alle condizioni meteorologiche.

Un cosiddetto incendio selvatico brucia fuori controllo e minaccia le persone, gli insediamenti o altre risorse. Tramite barriere naturali o costruite, un incendio confinato viene limitato ad una determitata area, mentre il dilagarsi di un incendio contenuto viene impedito da una linea di controllo. Se quest'ultimo avvolge tutta la zona in fiamme, si ha un incendio diretto. L'incendio di Malibu fu prima contenuto e poi diretto.

Quando bruciano i rami e le foglie di un albero si ha un incendio di corona, che può divampare in rapporto alle fiamme in superficie (incendio dipendente) o propagarsi direttamente da un'albero all'altro (incendio scorrevole). La maggior parte degli incendi nella macchia mediterranea sono incendi dipendenti di corona e incendi di superficie, e possono causare incendi nel terreno ("ground fires") se il materiale combustibile giace sul terreno in uno strato spesso e consistente. I back-burns ("incendi ripassanti") possono avvenire se il materiale combustibile non viene interamente consumato dal primo passaggio delle fiamme, e se il vento cambia direzione tale da rispingere l'incendio indietro. I venti forti possono causare gli incendi a chiazza quando essi gettano frasche brucianti davanti alla linea del fuoco. Nella macchia, la temperatura dell'incendio può raggiungere 1100EC.

A Malibu si ebbe un incendio di superficie con elementi di incendio di corona che si autopropagava da un albero ad un altro. La radiazione e la circolazione dell'aria stimulava l'incendio a propagarsi sulle colline, non soltanto a progredire verso il mare spinto dal vento. Come spesso accade, le irregolarità del vento e della distribuzione territoriale di materiali combustibili spingevano il fronte dell'incendio in forma irregolare caratterizzata dal frequente scoppio di incendi a chiazza.

L'erosione accelerata e altri effetti ambientali. Dieci giorni dopo l'incendio a Malibu, la caduta di 4 cm di pioggia in 24 ore diede luogo ad un episodio di erosione accelerata nella zona bruciata, compresa una serie di colate di fango che portarono via alcune case e una parte della strada costiera.

Quando la vegetazione della macchia mediterranea brucia, essa distilla alcune sostanze chimiche naturali che impermeabilizzano il suolo con uno strato idrofobico. Nello stesso tempo la distruzione della vegetazione da via libera all'erosione, la quale viene potenziata dall'aumento del deflusso di acqua sullo strato impermeabile. Il risultato è una serie di colate di fango che arrivano con le prime piogge dopo l'incendio.

La elevata frequenza di incendi, la potenza micidiale delle frane e la continua urbanizzazione di nuove aree determina il declino delle popolazioni di specie di uccelli rari. Gli incendi californiani del 1993 hanno lasciato un habitat talmente frammentato che alcune specie di avifauna rara probabilmente non riusciranno a superare la scossa.

Il rischio di incendio in California. Ogni anno circa 3.000 incendi scoppiano nelle macchie della California meridionale. Molti sono di origine dolosa, ma meno del 20% delle persone colpevoli vengono soperte.

Come altrove, in California il rischio di incendio raggiunge un massimo nelle aree tra le zone di nuova urbanizzazione e il terreno ancora in stato naturale. Sono delle aree di massima crescita demografica e quindi di grande frequenza degli incendi, i quali causano danni ingenti e costosi nel giro di poche ore. Circa un terzo del costo consiste nelle spese per combattere l'incendio.

Buone risposte al rischio. Gli incendi devastanti del 1970 e del 1977 ebbero come esito la creazione del California Firescope, una struttura basata su un Sistema di Commando centralizzato di Incidente (ICS) e su un Sistema di Coordinamento Multiagenzia (MACS), con un centro dotato di un sofisticato sistema di informazione sugli incendi. L'intervento di emergenza è basato sulle previsioni del tempo e sulla sorveglianza ad infrarosso delle aree di potenziale incendio. Nel caso del rapido sviluppo di un grosso incendio, la chiave all'intervento efficiente è il sistema di mutua assistenza tra le varie autorità regionali e locali, il quale garantisce un certo livello tempestivo di manodopera impiegata contro le fiamme.

Un'incendio catastrofico stimola alcune misure, come allargare le vie di accesso alle zone di maggior rischio, comprare più mezzi (come l'aereo canadese CL-215 "super-scooper", che è capace di sollevare 6.000 litri di acqua in solo 12 secondi), e migliorare la pianificazione e il coordinamento degli interventi di emergenza. Inoltre, poiché brucia alcune case e ne risparmia altre, l'incendio può anche dimostrare l'utilità delle norme per la riduzione dell'infiammabilità dei materiali edili.

Buone risposte al rischio. In California, come altrove, l'impiego delle apposite norme antincendio è variabile da un luogo all'altro quanto la tendenza a rispettarle. Dopo il grosso incendio di Oakland del 1991, il 25% delle case ricostruite non avevano le misure richieste dalla nuova normativa per evitare il divampare delle fiamme.

Ripetuti sondaggi nell'opinione pubblica californiana hanno rivelato un progressivo aumento della sensibilità del problema incendi, ma senza una tendenza a prendere misure sufficienti per mitigare il rischio.

Malgrado un ottimo piano di assicurazione contro i danni provocati dal fuoco, le compagnie di assicurazione hanno fatto ben poco per incoraggiare i loro clienti a ridurre il rischio di incendio. In sintesi, alcuni ricercatori sostengono che l'offerta di generosi prestiti e rimborsi ha praticamente premiato i proprietari di case bruciate per non aver mitigato il rischio.

VALANGHE NELLE ALPI EUROPEE

Breve riassunto. Diverse valanghe di neve uccisero 150 persone nel Dipartimento francese di Savoia, nell'alta valle del Rodano in Svizzera e nel Tirolo austriaco. In ciascun paese i disastri diedero luogo a nuovi programmi di mitigazione del rischio di valanga.

Gli eventi di febbraio 1970. Nelle Alpi europee i disastri causati dalle valanghe di neve avvengono in base allo spessore della coltre di neve, alle condizioni meteorologiche e all'uso del terreno in fondo ai versanti interessati dall'instabilità. Avvengono due tipi di catastrofe. Nel primo, le condizioni meteorologiche favorevoli alle valanghe durano a lungo, dando luogo ad un alto rischio che continua per lunghi periodi. Ad esempio, nell'inverno del 1950-1, 650 persone morirono in una serie di valanghe alpine che complessivamente distrussero 2.500 edifici.

Nel secondo tipo, disastri provocati da singoli eventi che interessano soprattutto gruppi di sciatori o alpinisti avvengono negli anni di rischio generalmente basso. Così, in Svizzera nel 1960 un gruppo di 88 lavoratori morirono sotto una valanga proveniente da un ghiacciaio.

L'anno 1970 offre un buon esempio del primo tipo, una stagione disastrosa, che induceva ad una rivalutazione generale delle precauzioni contro le valanghe alpine.

Nel febbraio del 1970 le temperature nelle Alpi oscillavano continuamente intorno allo zero, con notevoli inalzamenti quotidiani. Nelle aree ad alta quota e sui versanti piuttosto ripidi, questa situazione provocava una crescente instabilità in coltri di neve addensate in precedenza da un'abbondante nevicata.

Il 10 febbraio 42 persone morirono e 60 furono ferite da una valanga in Val d'Isère, nel Dipartimento francese di Savoia. Fu un movimento di neve polverosa, con un fronte largo 45-90 m e uno spessore al momento di fermarsi di 3,65 m. Invase un ostello della gioventù, dove una trentina di giovani morirono asfissiati o schiacciati, mentre un'altra dozzina di persone venne spazzata via da fuori l'edificio. L'ostello era stato costruito solo 7 anni prima; il suo sito non era stato considerato luogo di particolare rischio ed era, inoltre, protetto in alto da una serie di blocchi di cemento, i quali, però, non contribuirono a fermare la valanga.

Da parte delle autorità francesi, il rapido riconoscimento di un pericolo determinò l'immediata chiusura di Val d'Isère. Un elicottero riuscì ad evacuare i feriti una sola volta prima del peggioramento delle condizioni meteorologiche tale da bloccare ogni possibilità di volare. Il primo convoglio di macchine che usciva dalla valle fu travolto da una nuova valanga, mentre un simile evento altrove uccise una bambina. Appena possibile le autorità evacuarono 5.000 persone da alberghi e residenze nella zona.

In seguito al disastro si polemizzò molto sull'apparente riluttanza delle autorità francesi di investire nelle misure strutturali per la mitigazione delle valanghe (gallerie, recinti, tetti, ecc.) quando si investiva parecchio nella promozione dello sport invernale. Essendosi recentemente trasferito da Chambéry a Grenoble, l'Istituto Nazionale per la Ricerca sulla Neve aveva appena perso il suo rappresentante in Val d'Isère.

Più tardi nel mese, in Svizzera 11 persone furono uccise e 19 ferite da una valanga che non si era visto simile in quel sito da più di mezzo secolo. Malgrado che 500 truppe e 12 cani ricercassero i sopravvissuti, non fu facile evacuare i sinistrati in mezzo alle nevicate e con il rischio continuo di altre valanghe.

Il 25 febbraio un villaggio su Monte Cenis nelle Alpi francesi fu investito da una valanga ben 10 volte più grande di quella di Val d'Isère. Sette furono le vite perse. Il movimento fu immediatemente preceduto da un'onda di pressione che demolì diversi edifici. Ci vollero 13 ore per estrarre le vittime dalla neve. Lo stesso giorno una valanga nel Tirolo uccise 2 persone in mezzo alla strada principale di St Leonhard am Pitztal. Nelle province austriache di Tirolo e Vorarlberg le valanghe erano talmente diffuse da impedire l'evacuazione di 14.000 persone.

Nel frattempo gli svizzeri facevano largo uso di materiale esplosivo gettato da elicotteri per provocare valanghe prima che l'accumulo di neve costituisse un pericolo. In Italia, nel frattempo, 7 soldati morirono sotto una valanga durante le loro esercitazioni.

Gli eventi di aprile 1970. Il 15 aprile 1970, quando le temperature erano insolitamente alte per la stagione, una valanga a lastre di ghiaccio colpì un sanatorio nell'Alta Savoia francese. Si dovettero impegnare 21 ruspe per setacciare le macerie, da cui furono estratte 72 salme, 56 delle quali bambini. Alcuni ulteriori movimenti di neve, ghiaccio e macerie ferirono 13 soccorritori.

Il rischio valanga nelle Alpi. Nelle Alpi europee, come in altre catene montuose, le cifre degli infortuni per valanga variano parecchio da un anno all'altro. In Svizzera, ad esempio, la media è di 17.480 eventi e 24 morti, ma questo può variare di diversi ordini di magnitudine.

Le popolazioni indigene continuano a diminuire nelle aree alpine, mentre aumentano quelle saltuarie, le quali non sempre conoscono bene i rischi. In solo 30 anni alcuni centri sciistici nelle Alpi sono cresciuti di 20-50 volte rispetto alle loro dimensioni nel 1945. Intanto, le popolazioni di vacanzieri aumentano proprio nel periodo di massimo pericolo di valanga.

Nell'inverno del 1970 i rischi variavano con le condizioni meteorologiche. In febbraio avvenivano valanghe di neve polverosa associate con il freddo. Erano di una rapidità tale da causare onde di pressione capaci di travolgere persone ed edifici. Invece, le valanghe di aprile erano composte di lastre di ghiaccio, le quali generavano pressioni di impatto in rapporto con la loro più alta densità. Gli eventi di febbraio erano la conseguenza di tempeste, quelli di aprile di scioglimenti.

Il salvataggio. Si riscontravano grande difficoltà di estrarre le vittime dalla neve delle valanghe di febbraio 1970. I cani, che in Svizzera trovano il 50% delle persone sepolte sotto la neve, non riuscirono a individuare una persona intrappolata a più di un metro sotto la superficie. La neve più profonda richiede le sonde con pali, sonar oppure sensori ad infrarosso, ma la ricerca diventa assai difficile quando una forte nevicata è in atto.

La mitigazione. Le valanghe del 1970 hanno dato luogo ad un potenziamento delle previsioni del tempo che causa le valanghe. Ma gli eventi di aprile 1970 non furono di un tipo particolarmente prevedibile, ed inoltre una previsione è valida soltanto se viene collegata con un programma di mitigazione strutturale e non-strutturale, compresa la pianificazione degli insediamenti umani e l'evacuazione delle popolazioni durante i periodi di massimo rischio.

Da molti anni i francesi e gli svizzeri hanno raccolto dati sulle valanghe e hanno compilato carte di rischio a scale che vanno da 1:10.000 a 1:50.000. Durante gli anni '70 i comuni alpini della Francia si impegnavano a pianificare la loro crescita urbana in base alla cartografia del rischio di valanga, vietando la nuova costruzione nelle zone "rosse", e limitandola nelle zone "blu". Però, alcune iniziative simili nella Svizzera sono stati impedite dalla divisione della resposabilità per la zonazione urbana tra i governi dei cantoni e quello dello stato federale. Questa situazione ha portato una notevole disomogeneità di legislazione in materia di pianificazione contro il pericolo delle valanghe.

Malgrado questo, gli svizzeri hanno fatto largo uso dei metodi strutturali e nonstrutturali per la mitigazione delle valanghe, utilizzando una buona combinazione di misure. Invece, gli italiani, per la maggior parte, hanno utilizzato le misure strutturali molto costose, le quali sono state contrabilanciate da un massiccio disboscamento e un grande sviluppo di impianti sportivi.

In sintesi, i disastri alpini dell'inverno del 1970 rappresentavano un'ottima "finestra di opportunità" per introdurre alcune misure di mitigazione. Comunque, l'espansione del turismo e degli sport alpini ha contribuito a mantenere piuttosto costante il numero di disastri dovuti alle valanghe, sebbene la loro entità sia diminuita a causa di una migliore previsione e della pianificazione contro le valanghe.

FRANA AD ABERFAN IN GALLES

Breve riassunto. Un cumulo di detriti provenienti da una miniera di carbone crollò su Aberfan, un paese di minatori nel Galles meridionale. La frana distrusse una scuola elementare e 18 case, e uccise 116 bambini e 18 adulti.

L'evento. Alle 09,15 del 21 ottobre 1966, franarono 117.000 m; di detriti provenienti da una miniera di carbone e ammassati in un cumulo di altezza 67 metri. In una serie di onde detritiche sature di acqua la colata viaggiò a 15-30 km/hr lungo un versante di pendenza 12,5E. Circa 75.000 m; dei detriti si fermarono a piede del cumulo, ma 42.000 m; viaggiò altri 100 metri e arrivò in mezzo all'adiacente paese di Aberfan (pop. 4.000) formando un deposito spesso 7-9 metri.

La colata di detriti demolì due case e schiacciò i loro occupanti. In seguito distrusse una scuola piena di bambini e 18 case nel paese. Delle 144 persone colpite dalla colata nessuna si salvò. Tra i morti ci furono 5 insegnanti e 109 bambini della scuola di età tra 7 e 10 anni. Sette altri bambini morirono e altri 29 ragazzi e 6 adulti furono feriti, alcuni gravemente. Diverse case furono alluvionate dai flussi di acqua proveniente dalla colata e dalla rottura di un'acquedotto.

Le condizioni antestanti. Dagli anni '20 i detriti provenienti dalla miniera erano stati ammassati in 7 cumuli di altezza tra 17 e 67 m. Nel 1962 si iniziava un processo di raffinamento del carbone che lasciava pezzetti di scarto che in seguito andavano scaricati nel settimo cumulo, del quale i ceneri componevano il 39% e acqua il 6-8%. Di conseguenza, questo cumulo aveva una densità bassa ed era saturo di acqua proveniente maggiormente da una sorgente naturale ubicata sotto la massa di detriti. Nessuna perizia geologica era mai stata compiuta per i siti dei 7 cumuli.

Negli anni '70 la Gran Bretagna produceva e scaricava nell'aria aperta circa 50 milioni di tonnellate di materiale roccioso del tipo che è franato ad Aberfan. Già nel 1939 circa 180.000 tonnellate di detriti da una miniera nei pressi di Aberfan erano franati per una distanza di 400 m attraversando una delle principali strade della zona. Ma nel 1966 la gente del paese si preoccupava di più del rischio di un'alluvione, dato che diverse volte durante i periodi umidi l'acqua defluiva in mezzo alle strade e entrava nelle case. Infatti, malgrado l'avvenimento di piccoli movimenti nel 1944 e nel 1963, gli ingegneri non aspettavano che le colate succedessero in materiali grossolani quanto quelli dei cumuli di detriti provenienti dalle miniere.

La reazione al disastro. Il disastro fu seguito immediatamente da una massiccia "reazione a convergenza", in cui la manodopera e l'aiuto arrivavano ad Aberfan in quantità eccessive. Un fondo per i sinistrati accumulava ,1.750.000 in donazioni provenienti, non soltanto da tutto il Regno Unito, ma anche da 40 altre nazioni. Malgrado una serie di litigi tra gli amministratori del fondo e i sopravvissuti della catastrofe, il denaro fu usato bene per compensare chi denunciava perdite materiali, per creare un memoriale alle vittime, e per costruire un centro sociale per il paese. Comunque non si poteva mitigare il fatto che una comunità molto solidale aveva perso quasi un'intera generazione dei suoi bambini.

Una questione di responsabilità. All'inizio, né l'Ufficio Gallese del Governo britannico, né l'Ente Nazionale per il Carbone (NCB), ammettevano responsibilità per il disastro. I paesani di Aberfan combattevano con tutta la loro forza per far incriminare i colpevoli, ma si riscontrava una fitta resistenza da parte delle autorità. Inoltre, l'NCB rifiutava di radere i cumuli di detriti, i quali continuavano a costituire sia un pericolo per il paese che un simbolo della disgrazia. Infine, l'opinione pubblica costrinse il governo a stanziare i fondi per la rimozione di tutti i 7 cumuli. Il tribunale di inchiesta trovò 9 ufficiali dell'NCB colpevoli di grande negligenza, ma la legge non era tale che potessero essere processati, e infatti nemmeno il Direttore dell'NCB si era dimesso. In sintesi, malgrado le chiare indicazioni al contrario, per molti anni prima della sciagura, l'NCB ripetutamente assicurava gli abitanti di Aberfan che non c'era pericolo di un crollo dei cumuli detritici. In seguito alla catastrofe esso negava ogni responsabilità affinché non era forzato dal tribunale ad ammettere la propria colpevolezza. Ma il tribunale non riuscì ad incriminare le persone che con le proprie azioni avevano dato luogo alla calamità.

Un aspetto notevole del disastro di Aberfan è la totale mancanza di piani, regolamenti, perizie e normative per gestire il processo di scarico intorno alle miniere. Come solitamente accade in questi casi, subito dopo la catastrofe le leggi furono aggiornate in rimedio. Ma a quel punto l'eminente ingegnere Prof. Alan Bishop di Imperial College, Università di Londra, aveva dimostrato tramite calcoli e modelli fisici che, sotto le circostanze, Aberfan era un disastro inevitabile.

Aspetti umani della tragedia. Dato un certo consenso al fatto che i minatori pagano un prezzo sproporzionato per la creazione del benessere della società, gli abitanti del Regno Unito e di altri paesi provavano grande compassione e simpatia verso Aberfan. Essendo profondamente scossi dal disastro, molti abitanti, poco abituati a stare al centro dell'attenzione, non erano felici dell'invadenza del mondo esterno. Però, la solidarietà del paese ha retto e poche persone e famiglie si sono traslocate al di fuori della zona. Ma tale era la scossa psicologica che molti dei sopravissuti di Aberfan negavano per anni che la tragedia fosse successa. Come nella colata detritica di Buffalo Creek, Pennsylvania (anch'essa proveniente da una miniera), che uccise 118 persone nel 1972, tra i sinistrati di Aberfan si notava una "sindrome dei sopravvissuti", composta di un terrore interiore, una tendenza a rivivere la tragedia e uno stato di "paralisi psicologica", ovvero un "collasso provvisorio dell'ego."

Infine, le micidiali colate detritiche causate dalle attività miniere continuano a succedere, come ne è esempio il caso italiano della Val Stava, 1985, in cui 264 persone morirono.

FRANA AD ANCONA

Breve riassunto. La frana del 1982 interessò 341 ettari della parte settentrionale della città di Ancona. Essa distrusse 476 edifici e lasciò 3.661 persone senza tetto.

L'evento. Durante la notte del 13 dicembre 1982 una frana interessò il versante del Montagnolo al lato settentrionale della città marchigiana di Ancona e sulla costa del Mare Adriatico. Furono danneggiati 294 edifici residenziali, composti di 1.025 alloggi, e 182 altri edifici, compresi 2 ospedali, la palestra e la facoltà di medicina dell'Università di Ancona, alcune chiese, un cimitero, diverse fabbriche, alcuni poderi, una caserma delle forze dell'ordine, e alcuni laboratori artigianali ed industriali. I sinistrati furono 3.661, dei quali un paziente è morto quando dovette essere evacuato dalla sala di rianimazione di uno degli ospedali interessati dal movimento franoso.

Il nucleo urbano di Borghetto dovette essere interamente demolito, e alcune parti dei sobborghi anconetani di Posatora, Pinocchio, Palombella e Torrette subirono gravi danni. Severi impatti furono riscontrati anche dalle strade che attraversavano la zona e dalla ferrovia adriatica, la quale passa sopra il piede della frana. In più, i condotti della luce, del gas e dell'elettricità furono troncati. Il costo dei danni fu stimato come Lit. 1.000 miliardi.

Le cause. Il movimento avvenne dopo alcune settimane di pioggia. Mentre lo scuotimento sismico avrebbe potuto contribuire alla destabilizzazione del versante, non era un fattore scatenante del movimento del 1982. Le cause a lungo termine includevano l'effetto dell'erosione costiera nell'aumentare la ripidità del versante, e la cattiva gestione dell'infiltrazione della pioggia e del drenaggio del versante nelle zone di recente ed attuale crescita urbana. La principale causa a corto termine era l'alta pressione interstiziale dell'umidità del suolo, soprattutto nella parte superiore del versante.

La storia. Al punto della frana il versante di Montagnolo raggiunge 251 m sopra il livello del mare, è largo 1.400 m e ha una pendenza che varia da 9 e 18E. La zona era interessata da problemi di stabilità sin dal 1770, quando i collegamenti postali furono interrotti frequentemente da movimenti superficiali sulla vecchia strada che attraversa la zona. Al principio del ventesimo secolo una frana di 16 ettari distrusse la conceria Barducci e lambì la ferrovia alla base del versante. Un ingegnere chiamato dalle Ferrovie dello Stato per fare una perizia geologica concluse che il versante necessitava delle misure eccezionali per garantire la sua stabilità. Ubicata a monte della frana Barducci, la vecchia casa delle poste si ruotava spettacolarmente a monte di circa 3E, costituendo una chiara testimonianza all'instabilità della zona.

Negli anni '70 il Piano Regolatore Generale di Ancona prendeva una ampia espansione urbana verso il nord della città. Nel 1970 un impiegato del Servizio Geologico di Stato previse accuratamente il meccanismo e l'entità della frana (con 12 anni di anticipo) e suggerì una serie di misure ingegneristiche per consolidare la zona a rischio. Tuttavia, pochissime delle opere proposte furono costruite. Invece, l'urbanizzazione dell'area continuava con la costruzione di case e palazzi in mezzo alla zona instabile e della facoltà di medicina al piede della vecchia frana Barducci. Un'ulteriore perizia geotecnica, pubblicata nel Bollettino della Società Geologica Italiana nel 1974, concluse che la zona era essenzialmente stabile anche se, stranamente, i dati presentati nel medesimo lavoro dimostravano esattamente l'opposto.

Il meccanismo di movimento. Il versante del Montagnolo sorge un una litologia poco complicata la quale è composta di argille azurre fessurate, con vari gradi di compattezza, e un sabbione leggermente consolidato. Le investigazioni geologiche in seguito al disastro conclusero che la frana era avvenuta su un piano di taglio ubicato fino a 120 m sotto la superficie del versante. Comunque, i dati provenienti da trivellazioni ed inclinometri non confermavano questa ipotesi, ed è più probabile che le straordinarie dimensioni del movimento risultassero da un movimento progressivo di placche di terreno a causa di un mutamento del tipo "shear deformation" a profondità non maggiore di 40-45 m, con interessamento del resto del versante a causa dello spostamento del suo equilibrio generale.

La teleosservazione ad infrarosso indica la presenza di due sostanziose macchie di umidità del suolo, una immediatemente sotto la corona di distacco alla testa della frana, e l'altra in prossimità di una trincea di subsidenza che si apriva in mezzo della frana a causa dei movimenti distensionali franosi e della presenza di una faglia normale che attraversa il versante in direzione nord-sud.

Il comportamento degli edifici. La grande frana di Ancona ha fornito molta informazione sulla reazione di edifici di vari tipi alle forze e ai movimenti indotti da un grosso e complesso movimento franoso. Le strutture più vecchie erano di mattoni rossi cotti, di modeste dimensioni e quasi prive di fondazioni. Invece, le strutture più moderne erano per la maggior parte di cemento armato, sebbene nella zona vi fosse qualche struttura in acciaio. La spaccatura dovuta alla frana tendeva ad esser unidirezionale e a risultare da una pressione sostenuta causata dalla subsidenza, dal rigonfiamento o dalla spinta proveniente dal movimento franoso. Dove la subsidenza differenziale ha interessato le fondazioni, un edificio con struttura portante in cemento armato poteva inclinarsi fino a 6,5E senza crollare, ma nella maggior parte dei casi un'inclinazione di 2-3E era sufficiente per compromettere la stabilità dell'edifico irrimediabilmente. Se i pannelli della facciata fossero ben ancorati alla struttura portante, un edificio in acciaio poteva resistere la conpressione senza crollare fino ad un metro di deformazione.

In genere, gli edifici in cemento armato funzionavano meglio di tutti gli altri sotto il carico della frana, dato che il grado di integrazione delle loro strutture permetteva loro di resistere alle forze massicce. Il rischio più elevato si riscontrava dove gli edifici erano situati attraverso le scarpate di frana e quindi dove essi risentivano di forti movimenti differenziali, tali da causare inclinazioni, rotazioni, compressioni o distensioni delle loro strutture.

Conclusione. In sintesi, la grande frana di Ancona era un altro disastro altamente prevedibile e adirittura previsto con ampio tempo di anticipo. Mentre le interpretazioni possono variare, i dati che dimostravano molto chiaramente la presenza di un alto grado di rischio di instabilità erano liberamente disponibili in tutto il periodo di espansione urbana antestante alla catastrofe. Negli anni prima e dopo l'evento, quasi ogni aspetto del disastro è stato politicizzato, con l'effetto che si stentava e si stenta ancora a separare la realtà oggettiva dalle speculazioni e dalle opinioni prive di fondamenta. Con il senno di poi, la questione principale ancora da risolvere è quanto il disastro risultava da una trasformazione ambientale basata su un'ignoranza del rischio di frana e quanto invece essa risultava da una speculazione che deliberatamente ignorava il rischio. La catastrofe, con il suo elevato costo in termini di denaro pubblico, dimostra il pericolo, non soltanto di una mancanza di controllo ambientale dei processi di urbanizzazione, ma anche dei rischi inerenti a un controllo in cui il colpevole è anche il giudice e la giuria del risultante processo.